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100% Elia Viviani

Il campione olimpico di Rio ci svela il suo mondo:
dalle grandi passioni ai progetti per il futuro.
Parla tanto di tecnica, ma offre anche
qualche gustoso retroscena.

Intervista a Elia Viviani

Elia, cos’ha rappresentato per te la medaglia d’oro
olimpica di Rio?

È stato come coronare un sogno, cominciato nel 2005 quando vinsi l’oro alle mini olimpiadi europee. Da quel giorno, per quanto giovane fossi, ho percepito cosa significasse quel tipo di competizione, ripromettendomi di vincere quelle vere, di Olimpiadi. Dopo la grande delusione di Londra, i quattro anni pre Rio li ho vissuti come un’ossessione, ovviamente in senso buono, e oggi posso dire che proprio questo tipo di determinazione totale ha pagato a peso d’oro. Ha avuto anche un sapore di rivincita, dopo alcune cocenti sconfitte e alcune sfortune: l’Olimpiade è il massimo traguardo che un atleta possa raggiungere, e questo dona una sensazione di libertà assoluta. La mia medaglia credo abbia un valore importante anche per l’Italia, oltre che per la Pista. Questi sono ulteriori motivi di orgoglio.

Come si prepara un evento del genere?

L’omnium è una specialità completa, per questo richiede allenamenti specifici ma su differenti tipologie. Serve resistenza, serve potenza e allo stesso tempo esplosività e agilità. Tutto sta nel trovare il giusto equilibrio per arrivare a esprimere il massimo delle proprie potenzialità in tutte le prove, contro il tempo, ma anche in quelle di gruppo. La mia preparazione è iniziata circa 2 anni prima di Rio. La palestra è stato un capitolo importante per poter andare così forte in pista. Poi giornate intere tra velodromo, strada e palestra, doppie sedute, a volte triple, di allenamento giornaliero, seguite da uno staff della Federazione, preparatissimo e affidabile. Da maggio, dopo il mio ritiro dal Giro d’Italia, ho trascorso 6 settimane in altura, e svolto solo lavori specifici per la pista. Ho fatto veramente poca strada: un sacrificio vero, ma appagante.

Elia Viviani Olimpiadi
Elia Viviani Olimpiadi

Hai parlato di “cura maniacale di ogni dettaglio”.
Ci spieghi in che modo hai curato un dettaglio così importante come la calzatura?

Per Rio ho veramente voluto il massimo da tutti gli sponsor tecnici. Sulle scarpe abbiamo cominciato a lavorarci da lontano, con due progetti. Una per le prove contro il tempo, partendo dalla scarpa dedicata alla pista già in catalogo, cambiando la suola con un nuovo modello mirato. Una volta raggiunta la rigidità desiderata, abbiamo lavorato sulla tomaia, testando diversi tipi di materiale: liscio, morbido, a rete, a pallina da golf. Davvero tanti, per ricercare comodità, rigidità ma anche aerodinamica. E proprio sull’aerodinamica abbiamo lavorato con un sistema veramente innovativo per la chiusura: i lacci. Vecchio metodo, ma ancora oggi ineguagliabile per la sensibilità con cui la scarpa avvolge il piede. Il passo successivo riguardava il posizionamento della zip che teneva la linguetta aerodinamica che andava a coprire i lacci, anche qui svariati test. Prima centrale, poi ai lati, optando infine per la laterale, capace di rendere la scarpa più essenziale, pulita. Il tocco finale è stata la grafica. Ne abbiamo realizzate tante negli ultimi anni, ma per l’Olimpiade c’era bisogno di una grafica semplice, di una scarpa leggera quindi bianca, con un tricolore evidente ma con qualcosa di speciale. Abbiamo scelto il Cristo del Corcovado, uno dei monumenti più rappresentativi di Rio. Per le tre prove restanti, quelle di gruppo, abbiamo scelto di spingere su un progetto su cui lavoravamo da qualche anno ma che meritava un’occasione come l’Olimpiade per esordire ufficialmente: la RS1, la miglior scarpa che io abbia mai messo ai piedi, rigidissima ma avvolgente. Il sistema Skeleton, con i cavi che aggirano tutto il piede regolati da un solo BOA® che rende la scarpa pulita e aerodinamica, è un sistema rivoluzionario. Anche in questo caso ci abbiamo lavorato 2 anni. Per soddisfare tutte le mie esigenze, e per provare tutte le idee che ci rimpallavamo insieme a Nicola e Philippe e a tutto lo staff, DMT ha prodotto e mi ha consegnato intorno a 30/35 paia di scarpe. Un retroscena che pochi sanno, ma che a me piace raccontare, è che per Rio, senza che io lo sapessi, Dmt mi ha preparato 3 paia di RS1: Oro, argento e bronzo, pronte ad aspettarmi nel Box Italia. Così, subito dopo il successo ho ricevuto il mio primo regalo d’Oro, ancor prima di avere la medaglia al collo.

Elia Viviani quote
La mia medaglia credo
abbia un valore importante
anche per l’Italia, oltre
che per la pista. Questi
sono ulteriori motivi
di orgoglio.

Da quando collabori con DMT?

Da quando sono Allievo, nel 2005, lo ricordo come se fosse ieri, quando Nicola mi ha presentato Federico Zecchetto diventando uno dei miei padri ciclistici. Nel corso degli anni ci sono state delle pause per motivi di obbligo, da parte del mio team, all’utilizzo di altre scarpe, ma ho sempre potuto contare su Dmt e tutto il suo staff. Negli ultimi anni siamo tornati a lavorare insieme al 100% e direi che un bel po’ di cose buone le abbiamo fatte, e le stiamo facendo. Sono davvero contento di avere ai piedi le scarpe che ho sempre voluto, nel momento migliore della mia carriera. Tutto lo staff Dmt sa quanto ho desiderato quella medaglia, e tutti loro ne meriterebbero una.

Trovare soluzioni innovative e sempre più performanti fa parte della tua indole, oppure è solo una strategia legata al miglioramento delle tue prestazioni?

Credo che faccia parte della mia indole. Quando sono in bici penso a spingere sui pedali, ma appena scendo penso a tutto il resto, a cosa potrei fare per migliorarmi, e cosa posso migliorare: la bici, le ruote, il casco, il vestiario, oltre che le scarpe. Insomma elaboro, mi informo, cerco, osservo gli altri atleti. Sono molto sensibile e capto subito se qualcosa non va o se magari va meglio di prima. Ovviamente poi cerco conferma nei numeri, perché le chiacchere non mi piacciono se non sono confermate dai fatti. Penso che questo mio modo di pensare piaccia agli sponsor perché vedono in me una persona in grado di aiutarli a crescere facendo qualcosa di nuovo. Poi ogni tanto per la scarpa colorata che deve fare notizia “rompo” un po’, ma penso sia anche questo un lato importante per un’azienda: quando si fa qualcosa di nuovo e di bello è giusto attirare l’attenzione.

Elia Viviani Olimpiadi
Elia Viviani Olimpiadi

È giusto quindi affermare che prima di essere un testimonial sei un “tecnico” a tutti gli effetti?

Mah, tecnico è una parola grossa. I tecnici preparati sono, per esempio, all’interno del settore “Sviluppo e Produzione DMT”. Gente che immagina, elabora e testa prodotti tutto il giorno, ogni giorno. Per ora sono un atleta esigente che offre il suo contributo con feedback che a volte si dimostrano utili a migliorare le prestazioni.

Che non ci sembra poco...
Dato che hai avuto modo di testare molti modelli della collezione DMT 2018, come giudichi la nuova gamma?

La gamma 2018 è completa per ogni tipologia di ciclista, dal bimbo al professionista, passando per il triatleta, il biker e le donne cicliste, in numero sempre crescente. La RS1 rimane il top di gamma ma la novità riguarda la D1, che avete visto ai miei piedi dal mese di maggio in poi. Rinnovata in molti punti, resta con 2 chiusure BOA®, una avanzata sulla punta che chiude in modo classico, diretto; l’altra invece spostata sul lato estremo del piede, che va a chiudere una linguetta che avvolge il collo del piede in modo che i cavi, una volta che si stringe la scarpa per bene, non diano nessun tipo di fastidio sul collo del piede. Una scarpa leggerissima, rigida, con grafiche semplici ed eleganti.

Elia Viviani quote
Tutto lo staff Dmt
sa quanto ho desiderato
quella medaglia, e tutti loro
ne meriterebbero una.

Quanta parte della tua vita è dedicata al ciclismo? Quanto lo consideri “lavoro”? E quanto “passione”?

Praticamente tutta la mia vita è dedicata al ciclismo, escludendo quei 30 giorni tra Ottobre e Novembre e le giornate passate con Elena, in cui non vogliamo saperne di bici e ciclismo. Quindi, tranne pochi giorni all’anno, il ciclismo è tutto quello che gira intorno alla mia vita. Direi quindi che è prima di tutto una passione. Da sempre. È un lavoro da 8 anni, ma lo sento un lavoro solo nel momento in cui devo firmare i contratti. Perciò penso di essere una persona fortunata: non è da tutti conciliare la propria passione con il lavoro.

Ci illustri i tuoi progetti futuri, i tuoi obiettivi a medio e lungo termine?

Vorrei un gran finale di stagione 2017, che non è stata una stagione semplice. Per il prossimo anno l’obiettivo numero uno sarà la Milano-Sanremo e a seguire il Giro d’Italia. Per i progetti a lungo termine Tokyo 2020, le Olimpiadi mi hanno dato tanto e voglio tornarci, più determinato che mai.

Come ti vedi a fine carriera?
Resterai nel mondo del ciclismo?

Per ora voglio godermi i miei migliori anni di carriera. Certo se penso al futuro vorrei restare nell’ambiente del ciclismo, o comunque in quello dello sport italiano.